C’è da cambiare modello: Stato e mercato non bastano

Dare peso politico all’economia sociale, a quella che lui chiama “la società civile che si organizza” e che non ha una rilevanza solo culturale, ma economica per incidere sullo schema politico oggi imperante, quello di una società in cui ci sono Stato e mercato.

“Uno schema che non funziona più, come questi anni di crisi hanno dimostrato e che va superato”.

Parola di Stefano Zamagni, docente di economia politica a Bologna, ma soprattutto appassionato promotore della battaglia per dar voce a quell’ampio arcipelago di mondi che spaziano dalla cooperazione, al no profit, dall’associazionismo alla economia sociale.

“La crisi che stiamo ancora vivendo” spiga Zamagni “ha finalmente dato la stura ad una presa di coscienza diffusa sul fatto che il modello di ordine economico, basato sul dualismo Stato–mercato, pubblico–privato, non regge più. Per me era una cosa evidente da anni, ma oggi tutti si stanno rendendo conto che il sistema a due gambe non sta in piedi. C’è bisogno della terza gamba, che è quella dell’economia sociale, o meglio ancora della società civile che si organizza e che è capace di dare risposte. Pensiamo al tema che sta emergendo dei beni comuni, e cioè parliamo di acqua, di ambiente, di conoscenza, di beni essenziali che non possono essere distrutti e che invece oggi sono a forte rischio, proprio perché nel dualismo Stato–mercato si vede l’incapacità di gestirli e di tutelarli adeguatamente”.

Per Zamagni occorre voltar pagina e indicare quello che lui chiama una terza via, perché le risposte che possono dare i neo–statalisti da una parte e i neo–liberisti dall’altra non bastano.

“Non basta cambiare lo Stato da una parte, o il mercato capitalistico dall’altra”.

Paradigmi economici e politici da modificare dunque, ma come fare a dare peso politico a quel pezzo gi oggi così importante dell’economia sociale, della cooperazione e del non profit?

“Questa è la domanda delle domande. Le regole del gioco vanno riscritte e bisogna incidere a questo livello. Le regole attuali favoriscono la speculazione finanziaria o, per fare un esempio che mi sta a cuore, favoriscono il gioco d’azzardo.

Così non va proprio. Occorre costruire una proposta politicamente spendibile e per questo serve quella che io chiamo una minoranza profetica, capace di fare da catalizzatore di risorse che ci sono. Oggi, e basta pensare a un fenomeno come il grande successo elettorale di Grillo e del Movimento 5 stelle, non siamo un Paese ossificato. Ci sono grandi energie in movimento e credo che, dal mondo dell’economia sociale, dal volontariato, dalla cooperazione, possa venire una spinta per indirizzare queste energie verso un linguaggio positivo e di proposta.

Ma c’è da combattere lo schema dentro cui oggi è chiusa la politica italiana, divisa tra chi difende lo Stato e chi il mercato. E per far questo occorre che la società civile si organizzi, che si riconosca che questa realtà ha una valenza economica e non solo culturale o simbolica. Parliamo di una organizzazione diversa della società che è possibile, coinvolgendo da protagonisti soggetti nuovi. Il recente regolamento del Comune di Bologna sulla collaborazione fra cittadini e Amministrazione va in tale direzione”.

E la cooperazione che ruolo può avere in questo processo?

“Può avere un ruolo straordinario, può mettersi alla guida di un processo. Già dalla nascita, oltre un secolo fa, dell’Alleanza cooperativa come soggetto unico, è una grande e positiva novità .
La chiave di volta credo possa essere quella di dare a cooperative con governance multi–stakeholders (portatori di interessi), capaci di rappresentare non solo gli interessi di una sola categoria, quella dei soci, ma di una pluralità si soggetti, mirando al bene comune. Il passaggio dalla cooperativa mono–stakeholder a quella multi–stakeholder è oggi indispensabile se si vogliono affrontare gli immensi problemi dei beni comuni. In Italia, negli ultimi anni, sono già nate diverse cooperative di comunità , che vanno proprio nel senso indicato.

Ovviamente c’è molta strada da fare, anche sul piano dell’elaborazione, dei modelli di governance. Ma spero che la cooperazione italiana, e in particolare quella dei consumatori, sappia porsi come elemento di traino di questo processo.

Le condizioni per essere la punta di diamante di una trasformazione profonda ci sono tutte. La qualità e la convenienza dei prodotti sono importanti, ma non bastano più a dare senso e nuovo slancio alla forma cooperativa di impresa”.

Da “Con”, aprile 2014

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