Il pianeta mangiato

Mauro Balboni non è uno che parla a sproposito. Dopo la laurea in Scienze Agrarie all’Università di Bologna è stato dirigente a livello internazionale nell’agroindustria, occupandosi sia di ricerca e sviluppo sia di affari governativi. Una condizione che gli ha permesso di viaggiare molto e approfondire le sue ricerche.
Ora ci propone questo saggio e ci regala una lettura semplice, concreta, ricco di numeri e fatti ben documentati. Una lettura che consigliamo dunque anche chi non è specialista, ma vuole saperne di più sul sistema alimentare degli ultimi decenni e sulle prospettive future.

Balboni parte subito esponendo la sua tesi: l’essere umano si sta trasformando da uomo sapiens a uomo obesus, una variante sferoidale di umano che negli ultimi 30/40 anni sta crescendo, di numero e massa, a causa della pandemia mondiale denominata globesity. Un fenomeno indotto da un sistema alimentare che offre a costi sempre più contenuti cibi ricchissimi di zuccheri e grassi (i cibi densi), di cui moltissimi, per fortuna non tutti, sono golosi. La trasformazione degli stomaci in mercato è una manna per le multinazionali alimentari (le principali sono europee) e la maggiore causa della deforestazione – per la creazione di nuovi pascoli. Un cane che si morde la coda: stomaci allargati, stili di vita che niente hanno a che fare con la calma tra i fornelli, significano aumento della produzione di cibi sempre più densi. Questi 3 miliardi di ipermangiatori nel mondo vanno sfamati, anzi abboffati, velocemente e senza troppi fronzoli. E l’industria non si lascia certo sfuggire la ghiotta occasione massificando la produzione, semplificandola, gestendo dal seme al prodotto confezionato.

Sono tre le piante fabbrica simbolo di questo processo: mais, soia e palma da olio. Per conoscere le ricadute ambientali di queste coltivazioni e l’innumerevole sfilza di prodotti che ne derivano Balboni ricorre a esperienze dirette e narrazioni altrui e amplia l’oggetto del discorso ai grandi problemi del nostro tempo: il consumo di acqua dolce, l’influenza della produzione, distribuzione e smaltimento del cibo sui cambiamenti climatici, e la perdita di suolo.
A questo punto, anche il lettore più ottimista inizia ad avere i primi dubbi e vuole capire come modificare la propria dieta. E questo è l’augurio che ci facciamo tutti. Perché la risposta che può salvarci arriva soprattutto da ognuno di noi. Le speranze risiedono in quelli che stanno dalla parte del cibo locale, delle filiere corte, delle leguminose, dell’agroforestry, della permacoltura, dell’agroecologia e dell’agrobiodiversità. Finalmente l’ottimismo: possiamo cambiare il mondo del cibo, partendo dal cibo stesso. Tutte le soluzioni già ci sono, alcune solo in forma embrionale, altre più sviluppate, ma ancora poco diffuse. Quel che conta è che una speranza c’è e porta con sé cibi nuovi da scoprire, gusti da provare, persone da incontrare.

Noi di Slow Food li chiamiamo Presìdi, Arca del Gusto, Alleanza dei cuochi, Terra Madre. E tante altre attività che mettiamo in campo ogni giorno grazie ai nostri volontari.
Intanto, il libro spinge lo sguardo ancora più avanti: agli scenari futuri dettati dal riscaldamento terrestre, ai cambiamenti climatici e alle nefaste ricadute sugli ecosistemi e sull’agricoltura, che sono descritti con semplicità e accuratezza. Condividiamo l’assunto: dobbiamo intervenire subito e invertire la rotta, talvolta drasticamente, cambiando paradigmi e abitudini, talvolta rinnegando il passato e rivolgendoci a soluzioni mai praticate. Ridurre della metà il consumo di carne, senza sostituirla con le attuali colture ad alto impatto ambientale (mais, riso, soia, grano, palma da olio). Uscire dall’olocene che ci ha portati fin qua e rivedere il concetto stesso di agricoltura. L’autore qui porta ad esempio formaggi sintetici che riducono a zero l’impatto di pascoli, allevamento, erosione dei suoli, colture foraggere, le emissioni enteriche di metano, e che usano pochissima acqua. Una soluzione che a noi pare perlomeno drastica: i pastori, i malgari, oltre a essere detentori di saperi millenari, sono custodi dell’ambiente in cui vivono. E ci regalano prodotti unici che portano con sé tutta la meraviglia e l’unicità dei pascoli. Un patrimonio (e una bontà) che in effetti non vorremmo perdere.
Balboni si spinge fino a immaginare un futuro in cui si riesce a produrre cibo senza terra, di agricoltura gestita da robot. Un futuro che forse noi non ci augureremmo. Ma richiama e auspica anche la diffusione di pratiche già in atto: consumare più leguminose, riscoprire colture forestali come il castagno, di promuovere l’allevamento semibrado in boschi e foreste prima destinate a monocolture.

Concludendo passa la palla alla politica. L’autore evidenzia la necessità di una riforma della Pac che oggi alimenta questo sistema dannoso, mentre dovrebbe favorire l’agricoltura davvero sostenibile. Auspica poi un’alleanza con Usa, Cina, Brasile, India, le superpotenze che oggi forniscono molte materie prime, contribuendo a impoverire la loro stessa biodiversità; propone un sistema di tassazione per i cibi densi e infine riconosce quanto importante siano progetti nazionali per diffondere nelle scuole l’educazione alimentare volti a ridurre l’incidenza dell’obesità.
Alcune di queste soluzioni le condividiamo in pieno, altre ci spaventano un po’ (soprattutto il formaggio sintetico che avremmo non poche difficoltà a promuovere a Cheese!), altre ancora sono sfide interessanti che già vedono il coinvolgimento di Slow Food, come i progetti a tutela della biodiversità o quelli di educazione alimentare e del gusto.
In conclusione il libro di Mauro Balboni è una fonte di dati, informazioni e stimoli culturali importante: lo ringraziamo per lo studio compiuto e il contributo al dibattito sul cibo, che ci auguriamo coinvolga sempre più persone.
E vi consigliamo di leggerlo.

Alberto Arossa
a.arossa@slowfood.it

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