Impariamo a salvare i semi migliori

Semi-ortoServe pazienza e cura: ma conservare con l’autoproduzione ci aiuta anche a tutelare la biodiversità

Per l’orticoltore moderno non c’è nulla di strano nell’acquistare ogni anno le sementi: si trovano anche al supermercato, ce n’è di tutti i tipi e producono piante con radici robuste e ortaggi simili a quelli nei negozi. Una comodità in più che ci ha fatto dimenticare l’antica arte della conservazione
dei semi per i futuri raccolti: così però, senza volerlo e senza saperlo, contribuiamo a impoverire la “biodiversità”, cioè la variegata gamma di variazioni che caratterizza la natura.
E, sottolineano gli ambientalisti, ci inchiniamo allo strapotere di un mercato che detta prezzi, prodotti e, a ben vedere, persino quello che finisce sulla nostra tavola.

Meglio le specie locali
Se siete appassionati di orto, di natura, del fai da te, al momento dell’acquisto preferite sementi di specie locali, quelle legate a un luogo preciso (pomodori San Marzano, cipolla di Tropea), preferibilmente biologiche, che non siano ibride, perché non sono in grado di riprodursi. E provate a cimentarvi nell’autoproduzione.
Non è facile ma si può fare, come è stato fatto per millenni: occorrono però pazienza, attenzione e una buona conoscenza dei meccanismi della natura.
Individuate e contrassegnate alcuni esemplari tra quelli in migliore salute: sono quelli di cui val la pena conservare il seme.
In caso di ortaggi come gli spinaci, le “portasemi” migliori sono quelle il cui lo sviluppo delle foglie dura più a lungo; per broccoli, carote e cavolfiori invece sono da preferire soprattutto le piante che sono fiorite prima.

Le piante in semenza
Lasciatele andare in “semenza”, sorreggetele nel caso con un tutore, isolatele e lasciate che i semi maturino sulla pianta. Se il clima lo consente, lasciate seccare sulla pianta i baccelli di fagioli e fagiolini, ceci e piselli, i semi delle “apiacee” (carote, sedano, prezzemolo) e delle crocifere (ravanelli). Una volta raccolti, i semi vanno puliti e fatti essiccare all’aria: quelli che derivano da piante umide (pomodori) devono prima essere lasciati fermentare e lavati, eliminando quelli che galleggiano perché non vitali.
Dopo averli eventualmente disinfestati a bagnomaria e asciugati con cura, i semi vanno riposti in barattoli di vetro contrassegnati dal nome dell’ortaggio e l’anno di raccolta, al riparo da umidità, luce, sbalzi di temperatura e insetti.

POSSIAMO ANCHE SCAMBIARLI
Per la valorizzazione delle specie locali e la tutela della biodiversità si tengono un po’ in tutta Italia
scambi di semi, sempre occasione di festa e di incontro.

Per saperne di più consultate il sito dell’associazione Rete Semi Rurali. www.retirurali.it
Scambi di semi sono organizzati anche dai presidi Slow Food www.slowfood.it e da Civiltà contadina www.civiltàcontadina.it
che nel 2013 ha pubblicato il “Manuale per salvare i semi dell’orto e la Biodiversità”, di Michel e Jude Fanton, la bibbia australiana dei “salvatori di semi”.

fonte: inserto Ecodidattica di Eco di Bergamo aprile 2016

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *