Io, Giuseppe Carini, testimone di giustizia

“Le conseguenze delle proprie scelte di vita si esplicano giorno per giorno senza soluzione di continuità. Entrai nel programma di protezione nel 1995 a seguito della testimonianza che avevo reso al magistrato Matassa nel processo circa i mandanti e gli esecutori di don Puglisi e del contesto nel quale l’omicidio si inquadrava” (Roberto Mistretta, “Il miracolo di don Puglisi”, edizioni Anordest)

Così inizia l’avventura di Giuseppe Carini quale “testimone di giustizia, nato e cresciuto a Palermo nel quartiere Brancaccio, uno di quei quartieri ghetto dove la mafia spadroneggia, ieri come oggi.

Lo stesso quartiere dove un giorno qualunque del 1990 arrivò don Puglisi, prete dall’apparenza mite, ma con la determinazione ed il coraggio di chi non smette mai di credere nell’uomo e che minò seriamente la signoria della mafia, tanto da venirne ucciso la sera del 15 settembre del 1993.

La collaborazione ed amicizia con padre Puglisi rappresentarono anche per Giuseppe Carini una nuova opportunità, un sentiero di riscatto e sancì l’allontanamento dalla mentalit mafiosa che avvolgeva l’intero quartiere.

Durante l’incontro che il presidio trevigliese di Libera ha organizzato la sera del 4 ottobre 2013, Carini ha iniziato la sua testimonianza chiarendo la differenza che intercorre tra la figura del “testimone di giustizia” e quella del “collaboratore di giustizia”.

I “testimoni di giustizia” sono cittadini onesti che hanno visto o sentito e che, denunciando, contribuiscono a smantellare organizzazioni mafiose e criminali; sono estranei all’organizzazione stessa e dunque rivelano fatti di cui non sono complici, ma spettatori e spesso vittime.

I “collaboratori di giustizia” (i cosiddetti “pentiti”) sono ex malavitosi, più o meno pentiti, che sottoscrivono un “contratto” con lo Stato, basato su uno scambio: informazioni provenienti dall’interno dell’organizzazione criminale a fronte dei benefici della protezione e del sostegno economico per sé e per i propri familiari.

Il primo testimone di giustizia fu Piero Nava; fondamentali furono le sue dichiarazioni per individuare gli esecutori dell’assassinio del giudice Rosario Livatino avvenuta il 21 settembre 1990. La sua storia è narrata nel libro “L’avventura di un uomo tranquillo”.

Carini entrò nel programma speciale di protezione nel 1995, rinunciando alla facolt di medicina che stava frequentando, alla fidanzata, alla famiglia (che non appoggiò la sua scelta per il comprensibile timore delle possibili ricadute negative e dei rischi che questa avrebbe avuto per tutti loro); ma in quegli anni non esisteva la legge sui testimoni di giustizia, che di conseguenza venivano trattati come i “collaboratori”.

Un esempio? “Quando ho firmato il modulo per avere accesso al programma di protezione, c’era scritto che dovevo impegnarmi tra le altre cose a non rubare: un’umiliazione”, dice Carini.

Bisogna aspettare il 2001, anno in cui viene varata la legge 45 che finalmente istituisce la figura del “testimone di giustizia”. Da allora le cose sono sicuramente migliorate, ma di fatto persistono molte difficolt strutturate per incapacit dello Stato, intoppi che portano i testimoni di giustizia a situazioni di solitudine e invisibilit (il testimone di giustizia perde perfino il diritto al voto!), a vivere spesso nel “non senso”. Anche la più banale richiesta (la visita ad un familiare malato o la partecipazione al suo funerale, una visita specialistica…) prevede iter burocratici infiniti e che spesso non vanno a buon fine; in questo modo è difficile convincere altri a denunciare, si tratta di un vero e proprio salto nel buio.

Molti testimoni, dopo aver fatto il loro dovere di cittadini consapevoli e coraggiosi, vengono lasciati senza protezione (più volte a Carini è stata revocata la scorta e se vuole allontanarsi dalla localit segreta lo deve fare da solo, con la sua auto, con la sola protezione di un passamontagna in testa!) e senza sostentamento economico; tra gli 84 testimoni di giustizia presenti in Italia, non pochi presentano problematiche psicologiche importanti provocate da questa “nuova vita”.

Giuseppe Carini, Piera Aiello (testimone di giustizia di Partanna, Trapani, che sar ospite di Libera prossimamente) ed Ignazio Cutrò (imprenditore di Bivona, Agrigento) hanno costituito l’Associazione Nazionale dei Testimoni di Giustizia che mette in collegamento tutti quei cittadini onesti che hanno avuto il coraggio di denunciare, testimoniando nelle aule dei tribunali o nelle altre sedi competenti, i misfatti delle mafie ed i reati commessi dalle varie forme di criminalit organizzata. L’associazione ha lo scopo di far uscire i testimoni di giustizia dall’isolamento. Per la prima volta i testimoni di giustizia non vogliono più avere intermediari rispetto alle proprie esigenze, ruolo che era stato sempre ricoperto da associazioni e fondazioni antiusura ed antiracket.

Grazie a questa spinta, un importante obiettivo raggiunto recentemente dall’Associazione è quello dell’approvazione in Consiglio dei Ministri di un decreto legge che prevede l’assunzione quali dipendenti nella pubblica Amministrazione dei “testimoni di giustizia”; un giusto riconoscimento a chi “ha dato la propria vita” per la giustizia, per lo Stato.

Nonostante le difficoltà, la solitudine ed i disagi anche economici e nonostante la vita spesso senza diritti che conduce per aver testimoniato, Carini non si è mai pentito della scelta fatta e come lui gli altri testimoni di giustizia. La questione basilare è quella di scegliere da che parte stare, verso dove andare e poi saper convivere con le scelte fatte.

[Presidio Libera, Treviglio]

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