Partiamo dal cibo per curare il clima

ITA_POST_FB_470x394px1Che il clima sia cambiato ormai è un’evidenza. Le temperature medie aumentano troppo e troppo velocemente,
mentre fenomeni eccezionali come uragani, siccità alternate da alluvioni diventano normali. Il bello è che pare che ce ne dobbiamo fare una ragione: scienziati e climatologi ci dicono che anche se ci adoperassimo come si deve per contrastare questa variazione, per un po’ di tempo dovremmo comunque convivere con temperature medie più alte, periodi di secca alternati da piogge torrenziali. Primo a sedersi sul banco degli imputati? Il sistema agroalimentare.
La produzione alimentare determina e allo stesso tempo subisce questi cambiamenti. E allora la sfida ai mutamenti climatici deve partire dal cibo, dai metodi di produzione devastanti fino alle nostre scelte individuali che – mettiamocelo in testa – sono lo strumento più efficace per ottenere buoni risultati nel breve periodo. Vi proponiamo dunque il commento di Carlo Petrini, pubblicato il 1 febbraio da La Repubblica, perché l’agroindustria è tra le maggiori cause del cambiamento e tutti in un modo nell’altro possiamo ritenerci complici. La medicina? Tuteliamo la nostra biodiversità, facciamolo ogni giorno con le nostre scelte.

“Manca l’acqua” è ancora più inquietante di “manca il cibo”. Perché la prima frase include e determina la seconda.
Nell’ultimo paio di decenni non sono mancati i segnali del riscaldamento globale, e non erano solo quelli che possiamo percepire contando le alluvioni o misurando i danni. Cambiano – più rapidamente del normale – i nostri paesaggi agrari, si spostano verso nord i limiti delle coltivazioni cosiddette mediterranee, mentre verso sud si combatte sempre di più e sempre più duramente con la desertificazione e l’erosione dei suoli.
Un amico e agricoltore tedesco disse tempo fa in un incontro pubblico: «noi contadini non siamo parte del passato: noi ci occupiamo quasi esclusivamente di futuro; stiamo sempre pensando al futuro perché abbiamo bisogno di pianificare e perché la maggior parte di quel che facciamo acquista senso e valore anche molto tempo dopo che l’abbiamo fatto. Seminare significa occuparsi di futuro. Arare significa occuparsi di futuro».
Questo 2016 non ha ancora potuto collezionare tanti meriti, ma sicuramente ne ha uno: questo inverno così mite, che segue un’estate già tanto asciutta ci sta facendo pensare al riscaldamento globale molto più di quanto ci abbiamo pensato finora. Perché sta mancando l’acqua, e se manca l’acqua ci manca il futuro. Gli agricoltori devono decidere adesso cosa seminare e quanto far rendere i loro terreni. Senza un qualche livello di prevedibilità sull’acqua questo non lo possono fare. Possono provare, a loro rischio e pericolo. Ma se il rischio d’impresa, in un’azienda agricola è già di per sé più alto che nelle altre aziende, in un’epoca di stravolgimenti climatici diventa intollerabile.
L’agricoltura massiva degli ultimi decenni ha provato a credere che industrializzando i processi di produzione, con l’aiuto della chimica di sintesi, fosse possibile quasi azzerare questi rischi pur in presenza di quanto di più rischioso la natura possa immaginare: l’uniformità delle monocolture.
Come se riproponendo in campagna i modelli della fabbrica si potesse davvero creare un ambiente isolato dal “qui ed ora” come le fabbriche sono.
Ma l’agricoltura dialoga con la natura, e in natura solo la diversificazione protegge dal rischio. Questo lo sanno bene e lo praticano le agricolture tradizionali, che hanno sempre visto nella variabilità delle produzioni l’unica forma possibile di assicurazione contro l’imprevisto.
Oggi, allo sgomento che prende tutti noi – produttori e consumatori – davanti all’impossibilità di fare previsioni consolanti e alla chiara percezione di vivere un momento climaticamente delicatissimo e pericoloso, possiamo reagire solo prendendo atto che l’arma di cui abbiamo bisogno si chiama adattabilità. La nostra agricoltura deve rendersi leggera, adattabile e pronta a trovare soluzioni puntuali a problemi globali. La sola via di buonsenso che abbiamo – se vogliamo sopravvivere fisicamente ed economicamente – è quella di ripensare, subito, il nostro modo di produrre, rendendolo amico e non antagonista dei suoli, dei microorganismi, dell’acqua, dell’aria. Quando capita un guaio occorre fare tre cose e bisogna farle in un ordine ben preciso: innanzitutto rimediare ai danni, poi chiedersi come è successo, e quindi adoperarsi perché non succeda di nuovo. Le emergenze che ci attendono nei prossimi mesi verranno fronteggiate, ma bisogna anche ragionare su quanta parte abbiamo avuto nel causarle e su come cambiare il modo in cui ci comportiamo. I cambiamenti climatici sono in corso: bisogna essere sufficientemente adattabili per adeguarsi a essi, ma anche sufficientemente intelligenti da non continuare a peggiorare le cose.

Carlo Petrini

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