8 MARZO: LE DONNE HANNO POCO DA FESTEGGIARE E MOLTO DA CONQUISTARE

Il COVID ha allargato il divario di genere e restano allarmanti i numeri di violenze di genere e femminicidio

IMPARI OPPORTUNITÀ E DOVERI

Soldi e lavoro persi, carico famigliare raddoppiato con le scuole chiuse o in DAD e la cura di bambini e anziani. La pandemia da Covid ha aumentato il divario di genere e colpito duramente le donne. Un arretramento economico così grave da essere chiamato “shecession”, la nuova recessione economica al femminile. L’8 marzo nella Giornata Internazionale dei diritti della donna, mostra un gender gap drammaticamente in crescita.

I dati nazionali sulla perdita del lavoro delle donne e sul precipitare dell’occupazione femminile si evidenziano anche nel Veneto, regione campione. Lo confermato i sindacati. Il 70% delle richieste dei bonus per chi ha perso lavoro (contratti a tempo determinato nel turismo, cultura e spettacoli) arrivano da donne. E l’89% dei congedi straordinari per restare a casa a seguire i figli sono stati chiesti da donne.

LA VIOLENZA IN CASA

Nel 2021 in Italia sono stati commessi 295 omicidi volontari e un elemento sconcertante è che 118 sono donne, di cui 102 assassinate in ambito familiare/affettivo ed in particolare 70 per mano del partner o ex partner”.

«Questo tipo di suddivisione», ha osservato il presidente della Cassazione Curzio, «è costante negli ultimi anni, si inquadra in un preoccupante incremento dei reati all’interno della famiglia ed è sintomo evidente di una tensione irrisolta nei rapporti di genere, di un’uguaglianza non accettata».

MASCHILISMO OVUNQUE

Secondo la dottoressa Maria Mantello, docente di Filosofia e Storia, saggista e giornalista, il femminicidio rappresenta la punta dell’iceberg di una concezione globale maschilista della vita e della società: gli stereotipi sessisti sono il veicolo di messaggi divenuti ormai normali, accettati nella passività dell’abitudine ma non per questi corretti.

La misoginia, atteggiamento di avversione o repulsione per la donna, ha la sua espressione più grave nei piccoli atti quotidiani e schiaccia l’individualità di ogni singola donna, facendola forzatamente appartenere a un gruppo creato dagli uomini sulla base del genere.

Nella costruzione di questo sistema, il cattolicesimo ha avuto un ruolo determinante nel nostro Occidente, trasformando la funzione biologica della maternità in un’essenza, in una caratteristica principio e fine esistenziale per la donne. Una “vocazione”, questa la parola che usa il clero cattolico ancora oggi, di ogni donna a essere strutturalmente sposa–madre.

Muta e obbediente, inchiodata alla croce dell’ancillare fiat mariano. Un modello cardine dell’ideologia cattolica dalla patristica ai nostri giorni.

Rilanciato con forza da papa Wojtyla per contrastare l’emancipazione delle donne e riportarle al ruolo di fattrici, proseguito da papa Ratzinger; ribadito da papa Francesco che nelle celebrazioni dei venticinque anni della Mulieris Dignitatem.

Altro che rivoluzione! Il modulo identitario non varia. Un modulo che la Chiesa cattolica continua ad amplificare e moltiplicare nelle celebrazioni di schiere di sante che sono sempre: vergini, caste, vocate al sacrificio, fino alla morte. Magari proprio per mano di un marito violento.

C’È PERÒ QUALCHE SPIRAGLIO POSITIVO

Da qualche anno in Italia si sta sviluppando l’associazionismo degli uomini contro il maschilismo. Importante il movimento maschile Prima della Violenza, che attualmente è sempre più impegnato a denunciare il retroterra di minacce, ricatti, abusi e delle relazioni di dominio maschile:

«La violenza degli uomini verso le donne — si legge nel Manifesto dell’Associazione — non si può liquidare come patologia di pochi. Essa nasce nella nostra normalità […]. Condannare la violenza senza riconoscere la “cultura” che la produce e la giustifica, è un gesto vuoto. Non si tratta di ergersi a giudici di altri uomini o a “difensori delle donne”, ricreando un ambiguo paternalismo, o di attivarsi solo per sensi di colpa o senso del dovere, ma di interrogarci sui nostri desideri, sulla capacità di riconoscere la nuova autonomia e la nuova libertà delle donne […]. Perché per molti uomini è intollerabile la libertà di una donna così come è intollerabile una sessualità diversa […]».

Una questione che non riguarda solo le donne ma una questione di diritti umani. Festeggiare, quindi, si può ma con la consapevolezza che la strada da fare per la reale parità di genere è ancora lunga e dolorosa.

Martina Mangili

Fonti: agi.it, corriere.it, ilpuntoquotidiano.it

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