Giù le mani dall’Amazzonia

Bolsonaro deforesta l’Amazzonia: il 60% in più rispetto a giugno 2018

Circa 762,3 chilometri quadrati, pari a 106.000 campi da calcio. È difficile da scrivere, figuratevi immaginarne l’ampiezza. Eppure è la superficie disboscata a giugno nell’Amazzonia brasiliana, il 60% in più rispetto all’anno precedente, come denunciato dall’INPE, l’Istituto nazionale di ricerca spaziale.

Quello che siamo abituati a considerare l’immortale polmone verde del Pianeta sta attraversando una crisi senza precedenti. Il governo Bolsonaro sta portando avanti un piano mirato di distruzione della foresta che intende trasformare aree protette e terre indigene in pascoli per l’allevamento del bestiame, latifondi di soia e miniere. Per far ciò sta ovviamente minacciando l’esistenza di tutti gli enti a tutela dell’ambiente e delle popolazioni locali. Ma c’è di più: mentre lo stesso presidente nega sia in atto la deforestazione, il governo e i responsabili della sicurezza nazionale minimizzano e sdrammatizzano, dichiarando che i tassi di deforestazione vengono falsificati che è in corso una psicosi ambientale.

La rete di Slow Food in Brasile, che coinvolge circa duecento comunità e tremila attivisti, con all’attivo molti progetti di educazione e tutela della biodiversità, denuncia che la situazione sia in realtà molto peggiore di quello che sembra, e che l’altissimo tasso di deforestazione sia solo la drammatica punta dell’iceberg. Molte comunità e organizzazioni indigene sono spesso oggetto di persecuzioni e vivono situazioni di alto rischio.

Come se non bastasse c’è sul tavolo anche l’ipotesi di riconsiderare il Trattato di Parigi, nonché l’altrettanto preoccupante firma dell’accordo tra l’Unione Europea e i Paesi dell’area Mercosur che potrebbe ulteriormente sacrificare l’Amazzonia in cambio di privilegi puramente commerciali, con conseguenze devastanti per il clima. Attualmente il tasso di deforestazione è del 17% e arriva già al 20% in Brasile, ma l’allarme degli scienziati è forte e chiaro: se si dovesse superare il 25% allora le conseguenze sarebbero drammatiche per tutto il Pianeta e potrebbero trasformare quella che conosciamo come la più grande foresta pluviale del pianeta in una triste savana.

Giorgia Canali

fonte: slowfood.it

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